giovedì 4 settembre 2008

Első lecke: Jó napot kivánok

Pest: Parliament By Night
Interrompo le trasmissioni baltiche per annunciare che mi sono trasferito a Budapest. Ho trovato un appartamentino nel ghetto, e sto ammirando la città prima di cominciare la mia nuova avventura, lunedì. Nel frattempo provo a imparare l'ungherese, la lingua più difficile d'Europa a detta di molti.

Ulteriori notizie a breve su questi schermi, quando mi sarò ambientato e avrò qualcosa di interessante da dire su Budapest e sugli ungheresi. A tempo perso vorrei comunque continuare a scrivere del viaggio baltico, chissà quando finirò...

mercoledì 23 luglio 2008

Intermezzo musicale.

Quando vado in giro per paesi stranieri, in genere non compro matrioske e pizzi ricamati da portare a casa come souvenir. Vado in un negozio di dischi e cerco CD di gruppi locali. Non musica popolare o tradizionale; gruppi di musica moderna, ma del posto.

L'idea parte dal fatto che l'Italia è piena di gruppi musicali di qualità, ma che all'estero esportiamo sostanzialmente Eros Ramazzotti e Laura Pausini. Simmetricamente, è probabile che gli altri paesi pullulino di talenti che noi non conosceremo mai.

Vi lascio quindi un piccolo elenco delle scoperte fatte in giro per il mondo. Ovviamente, come diceva il cav. De Gustibus, se ve li cercate attenzione! Potrebbero non piacervi.

  • Repubblica Democratica del Congo: Lì è già difficile trovare dei CD. Se li trovi però sono molto convenienti (1-2 Euro l'uno). Da sentire Werrason o Papa Wemba (molto bella Ye Te Oh).

  • Lituania: tanto per cominciare con le title track di questo blog. Lì ho scoperto gli Inculto (con l'album PostSovPop), che fanno ritmi latini cantando in ispano-lituano.

  • Estonia: Vennaskond (rock-punk). Se vi piace la roba dura, andate giù coi Terminaator (con due "a"!)

  • Polonia: Myslovitz. Pop, assomigliano a qualche gruppo ma non so quale. Il loro album "Korova Milky Bar" mi sembrava addirittura un album di cover, ma forse no. Dal CD non si capisce, è scritto in polacco.

  • Repubblica Ceca: Divokej Bill e Pražský Výběr non sono male. In un locale di Budapest ho sentito un gruppo splendido ceco-polacco costituito esclusivamente da due violoncelliste: Tara Fuki. Purtroppo i CD sono finiti prima che riuscissi a comprarli!

  • Armenia: Non ci sono stato personalmente, ma mi hanno portato un bellissimo CD di Armenian Navy Band, che in realtà è un gruppo mezzo americano. Così come mezzi armeni sono i System of a Down, sapevatelo!

    Viktor Tsoy
  • Russia: E' da lì che forse ho recuperato più materiale. I miei preferiti in assoluto sono i Kino (Кино), gruppo storico che suonava già ai tempi dell'URSS. Loro però non ci sono più, essendo il loro carismatico cantante Viktor Tsoy morto in un incidente nel 1990. A Mosca c'è un murales che lo commemora. Molti ancora vi depositano fiori e candele, o mettono la loro firma.

    Secondi di poco, ma con un grande vantaggio (visto che suonano ancora) sono i Leningrad (Ленинград), che fanno rock e ska politicamente scorretto. Mi manca un loro concerto live, devo assolutamente rimediare.

    Gli altri due che menzionerò sono due gruppi storici: Zhanna Aguzarova (Жанна Агузарова), in particolare il suo Russkiy Album (Руццкий Альбом), e Aquarium (Аквариум).

  • Bielorussia: Eh già, c'è qualcosa anche qua... Un rapper coattissimo, anche nominato l'"Eminem slavo": Seryoga (Серëга). Fa il russo, ma è nato a Gomel, in Bielorussia. Fondamentale il suo album d'esordio, Мой Двор.

    Buon ascolto!
  • mercoledì 2 luglio 2008

    Canta che ti passa

    Tallinn Song Stadium
    Piccolo quiz. Cosa rappresenta la foto a fianco?

    Ci sono delle gradinate, una copertura per la pioggia e una torre di controllo. Un aeroporto sportivo per esibizioni? No. E' lo Stadio del Canto di Tallinn.

    Le gradinate non sono per il pubblico, no. Le gradinate sono per il coro, e possono ospitare fino a 24.000 (ventiquattromila) cantanti. Il pubblico sta sul prato, ci sono diverse centinaia di migliaia di posti. E il tetto non è per la pioggia: è una gigantesca cassa di risonanza che permette a tutti i presenti di sentire il coro.

    E' tradizione dei tre paesi baltici di avere dei festival periodici in cui enormi cori si esibiscono con canti popolari di fronte alla popolazione. E' cominciata così, tra l'altro, l'emancipazione delle Repubbliche Baltiche dall'Unione Sovietica. Cantando. L'hanno chiamata la Rivoluzione Cantante.

    Non sono però riuscito a capire a cosa serve la torre di controllo. Se qualcuno ha un'idea, mi faccia sapere.

    giovedì 19 giugno 2008

    Notti di Bronzo.

    Unknown Soldier, Tallinn

    L'Estonia è un paese tranquillo. Non succede molto. Avete mai sentito parlare dell'Estonia sui giornali?

    Forse sì. Proprio un annetto fa, appena prima che ci andassi io. Riassunto: il governo estone aveva deciso di spostare dal centro della città una statua. Non una statua qualsiasi, però: la statua dedicata al Milite Ignoto dell'esercito Sovietico, che aveva "liberato" l'Estonia dai Nazisti durante la seconda guerra mondiale.

    Il problema nasce proprio da quelle virgolette. Già, perché la maggior parte degli estoni "etnici" (il 69% della popolazione, rispetto al 26% di russi) non si sono sentiti particolarmente "liberati" dai sovietici. E, una volta sciolto il legame con l'URSS, si sono premurati di sottolineare la propria indipendenza con mosse di questo tipo.

    Gli estoni di "etnia" (non mi piace questa parola, si è capito?) russa si sono alterati. Per loro la fine della seconda guerra mondiale (nella quale sono morti più di 20 milioni di sovietici, il più alto tributo di sangue fra tutti i paesi in guerra) è un'occasione da ricordare. E la statua un simbolo da mantenere.

    Durante lo spostamento della statua, in quelle che qualcuno ha chiamato le notti di bronzo, gli scontri tra manifestanti e polizia hanno fatto un morto e più di 200 feriti.

    Unknown Soldier, Tallinn

    La statua alla fine è stata spostata in un piccolo cimitero militare poco fuori dal centro, ed è stata aperta al pubblico proprio il giorno che siamo arrivati. Non c'era nessuna indicazione però, ed era buffo percorrere il cimitero incontrando gruppi di estoni-russi con mazzi di fiori in mano che alla mia domanda in russo approssimativo "Scusi, sa dov'è il soldato sovietico?" rispondevano "Veramente lo stiamo cercando anche noi".

    Finalmente lo troviamo, e ci troviamo tutti insieme di fronte a questo cumulo di fiori e questa piccola folla di gente che vuole farsi fotografare col Soldato. E fuori dal cancello, discretamente, una pattuglia della polizia a sorvegliare.

    giovedì 22 maggio 2008

    Это Tаллинн.

    Tallinn by night
    (Questa è Tallinn)

    Era la prima frase della seconda lezione del "Corso televisivo di lingua russa", edito da ERI-RAI nel 1986 ed ancora utilizzato dagli studenti di Lingue alla Sapienza.

    A quell'epoca Tallinn era la capitale della Repubblica Socialista Sovietica di Estonia, parte integrante dell'URSS e piacevole luogo di villeggiatura per i cittadini Sovietici d'ogni dove. E c'è da capirli, perché l'amena Tallinn (o almeno la sua Città Vecchia) è un paese delle fate, un borghetto uscito dai libri dei fratelli Grimm. E' iscritta come Patrimonio dell'Umanità proprio in quanto esempio di borgo medievale. L'unico altro patrimonio dell'umanità estone, per dire, è un pezzo del celeberrimo Arco Geodetico di Struve (?).

    L'unica particolarità lievemente inquietante di questa peraltro incantevole cittadina è che è deserta. O almeno lo era l'anno scorso quando ci siamo andati noi. Gironzoli per questi magnifici vicoli e non trovi un'anima, se non l'occasionale turista intento a fotografare i sampietrini locali o i portoni di qualche gilda.

    Dei quattrocentomila e spicci abitanti di Tallinn nessuna traccia. Fino a quando non scopri che esiste una città anche fuori dalle mura. Basta fare pochi metri fuori dal centro storico per trovare orripilanti grattacieli che nascondono centri commerciali zeppi di estoni in shopping frenzy. A noi ci hanno lasciato il museo all'aperto, loro si godono le gioie della giovane economia di mercato.

    martedì 20 maggio 2008

    Alla Lituania.

    Mappa delle Repubbliche Baltiche
    Un anno fa tornavo dal mio Giro Baltico, quello che dà mezzo nome a questo blog. Ancora però non avevo l'altro mezzo nome, né avevo validi motivi per aprire un blog. Non che adesso ce ne siano, ma la mia metà est-nord-ofila si sente trascurata, e quindi mi impone di rivangare nel passato per ritirare fuori le memorie estoni, lettoni e lituane.

    Estonia, Lettonia, Lituania (gna fà?): quei paesi là che non ci ricordiamo nemmeno come si chiamano, che hanno tutti i nomi simili, tanto sono tutti uguali, che ci può essere da vedere, parlano la stessa lingua, sono lontani, ma che vogliono da noi? E poi sono minuscoli!

    Primo errore: pensare che fossero posti piccoli. Basterà una settimana per girarseli, no? No. Le tre repubbliche baltiche hanno una superficie pressoché uguale all'Austria e all'Ungheria messe insieme (175.000 chilometri quadri).

    Ignari e ignoranti, noi ci prendiamo un'abbondante settimana. Dopo grandi progetti di island-hopping estone, campeggi nelle foreste lettoni, scappatelle nell'enclave di Kaliningrad tanto per spendere qualche rublo, ci rendiamo conto che con i giorni che abbiamo riusciamo appena a farci le tre capitali, e un giretto della Lituania.

    Cominceremo da Tallinn, dove io e il mio futuro compagno di viaggio Lorenzo parteciperemo a una conferenza. Da consumato viaggiatore, Lorenzo mi fa notare che per risparmiare tempo e denaro, si può provare a fare un biglietto open-jaw (letteralmente, "mascella aperta"): andata Roma-Tallinn, ritorno Vilnius-Roma. Così non c'è bisogno di perdere una giornata per tornare a Tallinn a prendere il volo di ritorno.

    Incredibilmente, la cosa funziona; non solo, costa meno dell'andata-ritorno Roma-Tallinn. Sono quei misteri aerei che non capirò mai, un pò come i biglietti sola andata di certe compagnie aeree (tipicamente quelle che vengono ancora chiamate "di bandiera") che costano 6 volte un'A/R, costringendoti a buttare il biglietto di ritorno.

    Se non avete capito perché il biglietto si chiama open-jaw, disegnate il tragitto dei voli su una mappa. Avrete rovinato una mappa, ma capito quanto sono simpatici gli agenti turistici.

    venerdì 16 maggio 2008

    Appunti di un viaggiatore abitudinario.

    Pensavo che mi succede quando viaggio nelle città d'Europa, quelle in cui non vado Una Volta Sola ma ritorno, di avere un Posto Preferito. Un luogo in cui devo posare il piede ogni volta che vado. Anche se ci sono già stato più e più volte, anche se ci sarebbero tantissime altre nuove cose da vedere. Sono dei centri gravitazionali della mia psicogeografia personale.

    Giorni fa, aspettando che spiovesse, mi sono messo a elencare questi posti nella mia testa. Eccoli qua, a futura memoria (mia). Spesso sono banalità assolute, ma che volete.

    - Amsterdam: La quiete irreale del Begijnhof, cortile introvabile in mezzo al caos turistico delle vie più commerciali della città.

    - Barcellona: La Sagrada Familia, e i lavori in corso. Gli operai che costruiscono, saldano, caricano sulle gru. E' uno dei pochi posti in cui ogni volta che ritorni, è diverso.

    - Berlino: Unter Den Linden. Memore di quell'estate del 1993 in cui tutto era ancora grigio e cupo sotto i tigli. Ma anche la East Side Gallery, che ormai è quasi cancellata.

    - Istanbul: L'Asia. Prendere il traghetto e poggiare il piede nell'Asia di Istanbul, quasi più europea dell'altro lato dello Stretto.

    - Pisa: La parete di Haring, vicino alla stazione.

    - Trieste: Cosa se non Piazza Unità d'Italia, e una passeggiata fino in fondo al Molo Audace.

    - Stoccolma: Gamla Stan, ovviamente. Ma anche il Djurgården. E dall'ultima volta che ci sono stato, sicuramente il Vasamuseet, il cubo con la caravella dentro.

    - Napoli: Piazza del Plebiscito, e lo stupore della sua immensità.

    - Parigi: Uscendo dalla metro a Trocadéro, arrivare all'improvviso sulla terrazza da cui si vede la Torre e il Campo di Marte. E la Fnac, a Les Halles.

    - Londra: Niente. Davvero. Una libreria, per comprare dei libri inglesi. Che sono pure troppo cari.